Di Mauro Coppini
Nel mondo dell’auto la distanza che separa l’utopia dalla realtà è spesso molto breve. Dieci anni fa, quando la Toyota lancia sul mercato la prima auto ibrida prodotta in serie, la concorrenza si trova d’accordo nel considerarla una inutile e costosa fuga in avanti.
D’altra parte la tecnologia dell’ibrido, un motore termico accoppiato ad uno elettrico ed un pacco di batterie che si ricaricano attraverso il parziale recupero dell’energia dispersa in frenata, non è certo una novità. Nei primi anni 70, al tempo della prima crisi energetica, anche la Fiat sperimenta con successo una soluzione analoga installata sotto il cofano di una 131 Mirafiori.
Ma è subito chiaro che si tratta di un sistema complesso anche perché l’elettronica destinata a gestire ed a comporre in un sistema coerente le diverse caratteristiche dei propulsori non era ancora abbastanza evoluta. Ma un bel giorno la Toyota Prius, un modello fino ad allora relegato al ruolo di una poco comprensibile eccentricità, occupa con un comunicato pubblicitario, le doppie pagine centrali dei quotidiani.
Ancora una volta si ricorre alle domeniche a piedi nell’intento di tenere sotto controllo il livello delle emissioni. E’ un provvedimento del tutto inefficace ma questa volta non è così. L’inquinamento, infatti, rimane quello di prima ma la Prius acquista una inaspettata notorietà. I possessori del modello giapponese, infatti, saranno i soli a poter circolare su una rete stradale, almeno per una volta, inaccessibile alla maggioranza degli automobilisti, condannati al box dalla colpevole normalità delle loro auto. Da quel momento l’ibrido perde quel connotato di imperfezione che ne mina fin dall’origine l’identità, suggerendo l’immagine di un prodotto necessariamente incompiuto. Lo scetticismo della concorrenza si trasforma d’incanto in piena adesione. Anche, perché, nel frattempo, sono passati dieci anni e le Prius in circolazione nel mondo hanno superato il milione di unità.
Il rapido mutamento di uno scenario di riferimento che fa del contenimento delle emissioni un controvalore capace di mettere in secondo piano persino il mito rappresentato dalla velocità, ne accelera ulteriormente l’accettazione: il ricorso alla tecnologia ibrida sembra infatti l’unica soluzione capace di adeguare in tempi relativamente brevi, le emissioni di CO2 dei veicoli più grandi e pesanti entro il limite di 120 g/km, che il legislatore ha fissato per 2012. Per Mercedes, BMW, Porsche ed altri il ricorso all’ibrido è l’unico modo per coniugare i pesi e le prestazioni caratteristici ed irrinunciabili per questo tipo di auto con quel contenimento dei consumi che è indispensabile per l’abbattimento della CO2.
E’ a questo punto che il concetto di ibrido, come spesso avviene nell’industria dell’auto, viene strumentalizzato e tradito. Ed è proprio la Toyota a condurre, ancora una volta, la danza, applicando la motorizzazione ibrida all’alto di gamma della gamma Lexus, la divisione premium della marca giapponese. Da soluzione volta al risparmio energetico ed all’ottenimento della maggiore efficienza possibile ad artificio per mantenere in vita veicoli, quali i SUV e le berline di grossa taglia che della efficienza sono la negazione stessa. Ma anche la declinazione in chiave sportiva dell’ibrido si presta a critiche.
Quando il motore elettrico diventa essenziale per raggiungere il target di prestazione è invitabile che sia chiamato a intervenire con frequenza proporzionale allo stile di guida. E quando questo è particolarmente esasperato è chiaro che l’energia contenuta nelle batterie si esaurisce rapidamente. A quel punto la vettura ibrida diventa assimilabile ad una vettura convenzionale se non fosse che la maggior complessità ed il maggior peso ne riducono le prestazioni e ne aumentano i consumi. E l’evoluzione dell’ibrido verso soluzioni 'plug-in', nelle quali le batterie possono essere ricaricate anche con una normale presa elettrica non sembrano risolvere sostanzialmente il problema. Non è allora il caso di stupirsi se la rivista americana Wired inserisce l’auto ibrida tra le eresie verdi. Veri e propri dogmi che un certo conformismo ambientalista mette al riparo da ogni rivisitazione critica. Secondo Wired le auto ibride sono gioielli tecnologici, buoni per mettere a posto la coscienza del costruttore ma ben poco utili dal punto di vista della conservazione dell’ambiente.
E così, anche se può apparire paradossale, meglio acquistare auto usate che diluiscono le emissioni, prodotte, direttamente dal loro uso ed indirettamente nel corso dei processi produttivi, su tempi più lunghi.
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