Shoya Tomizawa - la ricerca della felicità, lo share, lo spettacolo
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Esiste un'età per morire? Una domanda che ci eravamo posti solo una settimana fa, quando Peter Lenz di 13 anni era morto ad Indianapolis nel trofeo Moriwaki, cercando di sottolineare in maniera significativa la (troppo) giovane età del ragazzino americano.

Ieri, 5 settembre 2010, in una data nefasta per Misano Adriatico ricordando Wayne Rainey, quella domanda ha perso ancora di più ogni suo significato. Perchè Shoya Tomizawa di 19 anni è andato incontro al suo destino, cadendo al Curvone, investito poi dagli incolpevoli De Angelis e Redding.

Abbiamo sempre sottolineato come il mondo dei piloti, una volta abbassata la visiera, è un mondo a se. E' fatto di sogni, di speranze, di coraggio. I tuoi, e di chi ha investito su di te. E' quasi un mondo 'sovrannaturale', in cui il tuo unico pensiero è quello di andare sempre più forte. E' la ricerca della felicità tra un cordolo e l'altro, è la volontà incommensurabile di voler arrivare all'olimpo del motociclismo. E questa ricerca non ha prezzo. E' un gioco che si accetta quello di mettere in palio anche la propria vita, senza falsi moralismi e senza ipocrisie. Perchè chi corre in moto lo sà; non ci pensa ma lo sà, ne è cosciente.

Shoya Tomizawa, primo vincitore di una corsa di Moto2, lo sapeva, ma andava forte. Dannatamente forte. Era un talento, di quelli veri che escono dalla scuola del Sol Levante. Ed era simpatico e sorridente. Si era fatto voler bene da molti nel paddock. Ed era agli albori della sua promettente carriera.

Giovane ma con le idee chiare. Magari non espresse a parole, ma con i fatti. La sua vittoria come detto, le Pole Position, il secondo posto di Jerez, il tutto per raggiungere quel posto tra gli immortali del motociclismo. Come Kevin Schwantz, Giacomo Agostini o Valentino Rossi; oppure come Daijiro Kato, Jarno Sarineen o Renzo Pasolini. Gli dei delle moto hanno preservato per Shoya la seconda via, di chi 'muor giovane perchè caro agli dei'. E resta ai comuni mortali la scelta di piangerlo, ma sopratutto ricordarlo per le sue qualità dentro e fuori la pista.

Per dovere di cronaca, una postilla in chiusura è d'obbligo. Anche in rispetto del giovane rider nipponico. Ieri, oltre al povero Shoya, se ne è andata anche l'ultima briciola di rispetto e credibilità del Sistema Motociclismo. Perchè è più importante il rispetto di un palinsesto di una messa in sicurezza di un pilota. Perchè la bandiera rossa ha meno valore dello share, perchè il teatrino deve sempre e comunque andare avanti (senza scomodare l'abusato 'the show must go on'), con alcuni imbecilli che fischiano Jorge Lorenzo sul podio, perchè nonostante le dichiarazioni dei piloti costernati, sul podio ci si sale eccome, ma con le bandiere a mezz'asta.

E ci sarebbe da approfondire (ma non ce la sentiamo) le polemiche che stanno montando in giro per la rete sulla presunta ora effettiva della morte del pilota, con supposizioni in merito allo show che deve andare avanti e al fatto che il pilota sia morto effetivamente prima delle 14.19, cosa peraltro piuttosto verosimile a sentire le testimonianze del paddock e le modalità di attivazione del personale di soccorso; ma si sà, in questi casi è così: deve esserci una constatazione ufficiale di un decesso, e poi si deve dare comunicare alla famiglia prima di divulgare la notizia di un decesso; e poi, non si può lasciare che il circuito venga messo sotto sequestro; la Motogp poi come sarebbe potuta partire?

Potremmo raccontarvi di un Max Sabbatani che, all'uscita del centro medico (e non dell'ospedale) diceva che 'aveva 19 anni Shoya', ma ci 'limitiamo' solo a criticare quanto detto sopra, a criticare i soccorsi che ricordano tanto quelli del povero Daijiro Kato, e una bandiera rossa che doveva essere data. Ma sopratutto, ci 'limitiamo' a ricordare come Shoya Tomizawa viveva nella ricerca della sua felicità tra un cordolo e l'altro; nella volontà incommensurabile di voler arrivare all'olimpo del motociclismo.

Di: Flavio Atzori




articolo del: 06/09/2010


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